“Quel bel giorno in cui mi ruppi il cazzo di programmare”

6 Ottobre 2018

Sono tante le cose a cui generalmente le persone aspirano nella vita: i soldi, il sesso, il successo, una bella villa, un corpo tonificato, dei vestiti firmati. Sin da quando ero un bambino, a me ne è sempre fregato di tutto questo. Ho sempre desiderato solo una cosa: programmare.

E niente, mi avete dovuto togliere proprio questo.

Facciamo un piccolo passo indietro: il Web Development (per chi non sapesse di cosa parlo, leggasi “quella meravigliosa professione che vi consente di sottopagare coloro che cercano di farvi capire che nel 2018 fare siti web è un lavoro vero”) è sempre stato una mia grandissima passione fin da quando, a cavallo tra i modem 56K e l’ISDN, utilizzai una guida per bambini di HTML.it per capire come si costruiva una pagina web.

Da lì in poi hanno fatto tutto il mio disturbo ossessivo-compulsivo e la mia mania di perfezione, fino a rendermi quello che oggi in gergo si definisce un Senior Full Stack Web Developer. Titolo figo, il cui significato sarà stato compreso da due persone in croce in tanti anni di onorata carriera.

Mi scuserete le parole al vetriolo, ma diciamoci la verità: non c’è spazio per i sognatori che vogliono fare qualcosa con passione in questo mondo. AkA, non c’è spazio per i developers indipendenti.

Non importa quante soddisfazioni si ottengano durante la propria carriera, queste saranno sempre dei minuscoli puntini in un universo di pressioni per consegnare presto, clienti che non riescono a leggere una mail che superi le due righe di lunghezza e messaggi ogni 3 secondi su WhatsApp, Skype, Facebook, Telegram, WeChat e Ruzzle che se pure c’avevi fatto il pensiero di finire quella maledettissima classe in PHP… alla fine ti passa pure la voglia.

No, non c’é né il tempo né il budget per fare le cose per bene: meglio spendere poco, fare di fretta e poi prosciugare l’anima del “tecnico” quando qualcosa non va, che lui sarà felice di offrire assistenza gratis un anno dopo la delivery.

Sono oltre dieci anni che persone e aziende vivono e portano avanti i loro business grazie soluzioni che io ho realizzato, dapprima svendendo il mio lavoro (percorso normalissimo, dato dall’esperienza), poi vendendolo al giusto prezzo, consapevole di posizionarmi una spanna al di sopra del classico programmatore che se dal punto A al punto B trova un ostacolo, anziché aggirarlo accelera e ci sbatte contro.

Ed é per altrettanti anni, proprio seguendo centinaia di business differenti, che mi sono reso conto di una scottante verità: nonostante crescessi e mi espandessi, continuavo ad essere trattato come il ragazzo che ti aggiusta il pulsante sul sito, mentre nel mio settore c’erano persone che guadagnano dieci volte più di me facendo un decimo del mio lavoro.

Sia chiaro, la colpa é sempre stata la mia.

Non ero riuscito, in pratica, a far capire che non ero più un libero professionista, ma che rappresentavo un’azienda, la mia Wiredmark. Che non potevo avere sempre la stessa reperibilità di prima, ma che per questo c’erano dei colleghi pronti a mettersi a disposizione in qualunque momento pur di alleggerirmi. Che bastava un pizzico di pazienza e non sottopagare, e avrei potuto realizzare il lavoro più bello del mondo. Che la manutenzione non é una mazzetta, ma un lavoro effettivo che viene fatto ogni mese. Che il mio mestiere ha un’importanza che va ben al di là del semplice mettere un sito online.

E così é venuto il giorno in cui ho detto: “signori cari, mi sono rotto il cazzo di programmare”.

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